ACQUA PUBBLICA GENOVA

da Antonio Bruno

 

Il comunicato contenuto nella home page del comune di Genova “Acqua: ora la rete deve tornare pubblica” (il mestiere del Sindaco) e’ uno strano collage di inesattenzze, omissioni e banalita’.

Nella prima parte correttamente si segnala che l’obiettivo politico del referendum e’ stata l’indicazione chiara della gestione del servizio idrico integrato.
Pero’, invece di chiedere a gran voce che la fiscalita’ generale finanzi ammodernamenti e tutto il servizio, si afferma che l’unica possibilita’ di sopravvivenza e’ in mano ai privati.

Nella seconda parte, si riprendere correttamente la lettera del primo quesito referendario (escludere l’obbligo alla privatizzazione) ma ci si contraddice tirando fuori dal cappello la bizzarra teoria della separazione della proprieta’ delle reti dalla gestione, come  se con la gestione delle reti i privati non fossero in grado di condizionare e distorcere tutto il sistema.
In ogni caso, Genova si e’ venduta le dighe a Amga, poi Iride, poi Iren e quindi Mediterranea Acque. La Sindaco si poine il problema (giusto) di riprendere la  proprieta’ di questi invasi?

In ultimo voglio segnalare il silenzio sul secondo quesito referendario.
Sia dal punto di vista politico che letterale, esso impone  la restituzione della quota prevista per la remunerazione del capitale investito verso i privati.
E questo va fatto senza discussioni oziose e illegali.

Dopo i referendum niente e’ piu’ come prima.
Bisogna prenderne atto.

allego nota della Sindaco


antonio bruno.
capogruppo Sinistra Europea – PRC Comune di Genova
00393666756779

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http://www.ilmestieredelsindaco.comune.genova.it/post/acqua-ora-la-rete-deve-tornare-pubblica 

Acqua: ora la rete deve tornare pubblica

Nell’incontro di oggi con Piero Fassino, nuovo sindaco di Torino, ci siamo posti il problema di “fare rete” come obiettivo forte per le nostre città. Ma, insieme a Fassino e ai sindaci di Piacenza (Roberto Reggi) e di Reggio Emilia (Graziano Delrio), ci siamo  dovuti occupare di un’altra delicata questione che riguarda un’altra “rete” questa molto concreta e reale: la rete idrica che porta l’acqua nelle nostre case. Come molti di voi sapranno, Genova, insieme a Torino, Piacenza, Parma e Reggio Emilia è socia di Iren, il gruppo “multiutility” che opera nei settori dell’acqua e del gas (oltre che in quelli dell’energia elettrica, del teleriscaldamento e della raccolta e smaltimento rifiuti). Iren, come altre grandi società del settore, ha davanti a sé il problema nato dal referendum dello scorso giugno sull’acqua pubblica. Con l’abrogazione dell’articolo 23 bis del decreto 112 del 2008 (e delle sue successive modifiche), infatti, si è venuta a creare una situazione paradossale.
Da una parte l’indicazione referendaria è stata chiarissima: l’acqua è un bene pubblica e la sua gestione deve essere in mano pubblica; dall’altra, però, gli investimenti privati sono necessari per garantire il servizio, migliorarne continuamente la qualità, realizzare manutenzione ed ammodernamenti della rete, combattere gli sprechi.

L’articolo 23 bis obbligava le amministrazioni pubbliche a scendere sotto il 40% (il 30% dal 2015) delle società proprietarie della rete. Adesso questo obbligo è scomparso e il primo punto (oggi ne abbiamo discusso a lungo) è riprendere il percorso per separare la proprietà delle reti dalla loro gestione e renderle del tutto pubbliche. Questa separazione si rende oggi assolutamente necessaria, sia per realizzare le indicazioni del referendum, sia per evitare la contrazione degli investimenti in un settore così importante e delicato.

E’ il primo passo e dobbiamo farlo rapidamente. Il secondo, quasi altrettanto urgente, è quello di approntare una nuova normativa che, tenendo conto, dei risultati referendari, stabilisca i nuovi criteri per la gestione delle reti e la remunerazione dei capitali investiti. “Fare rete”, mai come in questo campo, ha un significato concreto.

 

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