ACQUA PUBBLICA GENOVA

Il 22 Giugno 2012 è uscita un’intervista del prof. Cuocolo (professore di diritto costituzionale della Bocconi) che non potevamo lasciare passare sotto silenzio.

Qui potete leggere l’intervista a Cuocolo  e di seguito la nostra replica

Più sotto trovate anche la replica del prof Azzariti, anche lui professore di diritto costituzionale e tra gli estensori dei quesiti referendari.

 

Replica di Silvia Parodi – comitato Acqua Bene Comune Genova

Lascia esterrefatti leggere l’intervista del prof. Cuocolo sui referendum per l’acqua del 22/06. Il docente della Bocconi afferma infatti che i promotori e gli elettori non avrebbero avuto “consapevolezza del contenuto dei quesiti e degli effetti concreti della loro approvazione”. Visto che ho partecipato molto attivamente a tutta la campagna referendaria vorrei tranquillizzare il professore e rassicurarlo che eravamo ben consapevoli dei contenuti e degli effetti che auspicavamo derivassero dai referendum. Purtroppo ahinoi i poteri economici/industriali/affaristici/politici fanno di tutto per fare sì che i referendum non vengano applicati, e non si fanno remore di andare contro la più alta espressione di democrazia diretta cha abbiamo nel nostro paese, maltrattata e irrisa da tutti coloro a cui dà fastidio che la popolazione possa esprimere la sua opinione. Se non si riesce ad applicare lo strumento democratico referendario, la soluzione però non può certo essere quella mettergli dei limiti a priori: in questo caso la soluzione sarebbe più grave del problema!

Se il referendum è da riformare, è in un’ottica assolutamente opposta a quella augurata da Cuocolo: non solo referendum abrogativi, ma anche propositivi, un numero di firme inferiore per poter stabilire subito l’ammissibilità dei quesiti e poi la raccolta vera e propria su quesiti già approvati, e ancora obbligo di applicarne gli esiti immediatamente e impossibilità di aggirarli. Queste le riforme che vorremmo!

Nei paesi civili come la Svizzera il referendum viene usato frequentemente per sapere cosa vuole la popolazione riguardo ai più disparati argomenti. Noi riusciremo mai ad essere un paese un po’ più civile?

In una fase in cui la gente non si riconosce più nei partiti e non va più a votare, si è invece mobilitata per i referendum, dimostrando la voglia di partecipare al governo del paese, su argomenti non certo ideologici (come Cuocolo ritiene quello dell’acqua pubblica) ma terribilmente concreti che hanno a che vedere con la nostra vita quotidiana; il diritto all’acqua e la sua gestione senza profitti (pubblica) sono per noi proprio una delle questioni che lui definisce “non delegabili al Parlamento” per la quale è necessario un referendum (tantopiù che dal 2007 la legge di iniziativa popolare sostenuta da oltre 400.000 firme giace appunto in Parlamento senza che nessuno si sia degnato di considerarla, in sfregio ai cittadini).

Se c’è da riformare qualcosa in questo paese non è certo il referendum per renderlo sempre meno accessibile, bensì il sistema parlamentare che fa acqua (è il caso di dire) da tutte le parti.

 

 Replica del prof. Gaetano Azzariti Ordinario di Diritto costituzionale Università di Roma “La Sapienza”

La richiesta del rispetto dell’esito del referendum del 12 e 13 giugno non ha nulla a che fare con l’ideologia, tantomeno può riguardare le prospettive future del referendum in Italia. È sul piano ben più elevato della democrazia che si pone la questione. Quale che sia, infatti, l’opinione in merito alla gestione dei servizi pubblici locali, si tratta ora “semplicemente” di dare seguito a quanto voluto dalla maggioranza del corpo elettorale.

È certo che ogni richiesta referendaria contiene in sé un elevato tasso di politicità e – se così vuol dirsi – di ideologia (ma meglio sarebbe dire “idealità”): scopo dell’istituto di partecipazione diretta è infatti proprio quello di far partecipare i cittadini alle scelte strategiche del paese. Nel caso dell’acqua era limpido il terreno dello scontro e la diversità delle visioni che si contrapponevano. Da un lato i fautori della privatizzazione ad oltranza dei servizi pubblici locali di rilevanza economica e i sostenitori delle virtualità del mercato anche nell’ambito del servizio di fornitura idrica, che si schierarono contro la richiesta dei referendari, dall’altro coloro che si opponevano a questa ideologia, affermando, all’inverso, che tramite l’abrogazione delle disposizioni oggetto del referendum (l’art. 23 bis del c.d. Decreto Ronchi, relativo a tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica e l’art. 154 del c.d. codice dell’ambiente, concernente la “remunerazione del capitale investito”) si sarebbe dovuta affermare una nuova visone dei beni comuni; non più obbligando alla privatizzazione di tutti i servizi locali come la normativa allora vigente, di fatto, imponeva (peraltro, in tal modo, forzando la stessa normativa europea, che invece lascia ampio spazio per la gestione pubblica dei servizi di rilevanza economica), ed escludendo di poter considerare il servizio idrico alla stregua di ogni altro bene economico cui va permesso lo sfruttamento e garantita la rendita del capitale investito.

Il referendum, com’è noto, in Italia ha carattere meramente abrogativo di norme (ai sensi dell’art. 75 Cost.), dunque non può chiedersi al promotori di individuare la nuova normativa. È questa la ragione per la quale, ogni volta – fatta eccezione per i referendum di natura manipolativa, che fanno caso a sé – dopo l’esito del voto popolare, per quanto questo possa essere stato chiarissimo nella sua portata generale e nella definizione dell’indirizzo strategico, è compito degli organi della rappresentanza politica (Parlamento e enti locali) e dello Stato apparato (autorità amministrative, in tutte le sue forme) dare seguito alla volontà popolare.

Dopo il voto dovrebbe cessare ogni contrapposizione politica e ideologica, se è vero che – come insegnano i padri della democrazia – rispetto alle pur legittime opinione dei singoli, deve prevalere la volontà della maggioranza che si è espressa nelle forme legali definite in Costituzione (e il referendum è una di queste forme).

Dovrebbe essere evidente che mettere in discussione questo principio di fondo della democrazia è assai rischioso: anche i Governi espressione della maggioranza parlamentare, nonché le Assemblee legislative elette a suffragio universale fondano la propria legittimazione su queste stesse basi. Nessuno infatti dovrebbe ritenere di poter porre in discussione un Governo che gode della fiducia delle Camere o un Parlamento dopo un’elezione democraticamente svolta. Perché allora si mette in discussione la volontà espressa direttamente dalla maggioranza del corpo elettorale in sede di referendum?

Eppure proprio questo sta avvenendo. Il Governo e il Parlamento,  dopo appena due mesi, hanno reintrodotto una normativa sostanzialmente analoga a quella abrogata con referendum (d.l. 138), gli enti locali stanno procedono speditamente, come se nulla fosse accaduto, alla privatizzazione dei servizi pubblici locali (il caso Acea a Roma e quello delle Multiutility del Nord), nessuno (né l’autorità di Governo, né l’Autority posta a garanzia del servizio idrico) ritiene di dovere intervenire per eliminare la voce relativa alla remunerazione del capitale, che pure è stata espressamente abrogata. Tutti assieme impegnati ad “aggirare” il risultato del referendum, ritenuto scomodo e contrario alle proprie diverse opzioni d’indirizzo politico-amministrativo.

In questa situazione credo che spetti ad ogni cittadino chiedere ai diversi soggetti pubblici di intervenire in difesa del rispetto della volontà popolare. Un battaglia anche per chi ha avversato l’esito del referendum, in primo luogo per chi ha contrastato quest’esito. Lasciare soli i promotori in questa richiesta di rispetto della democrazia, sperando che abbiano la peggio per far rivivere quel che la maggioranza del corpo elettorale ha voluto cancellare, sarebbe veramente miope. Oggi è la nostra comune concezione di democrazia che è in gioco, al di là di ogni ideologia di parte.

5 Comments for this entry

  • varesi rinaldo scrive:

    non c’è limite al peggio! i poveri cittadini non contano niente, anzi contano quando devono votare questi nostri bei politici! tu li voti o non li voti e loro cercano di fregarti come ad esempio sui refferendum dell’acqua. questa è una batttaglia che non possiamo perdere R I B E L L I A M O C I! non ce lo meritiamo!

  • Giacomo scrive:

    Dobbiamo essere sinceri. Quanti sono i cittadini che hanno votato “si” perchè erano effettivamente consapevoli delle conseguenze del referendum? Io ho votato “si” al Referendum. Devo però essere sincero. Ho votato più per quel forte “appello ideologico sul valore dell’acqua come bene comune”, piuttosto che sul contenuto dei quesiti referendari.
    io ho trovato l’intervento del prof. Lorenzo Cuocolo di alto valore. Mi pare evidente che lui voglia riconoscere al all’istituto del Referendum un alto valore, maggiore di quello che ha oggi. Il dover raccogliere più firme così come permettere di esprimersi su un solo quesito referendario alla volta è, secondo me, non un modo per ostacolare la partecipazione popolare. Si tratta, invece, di rendere questo strumento di partecipazione diretta più prezioso.
    Ormai il referendum sull’acqua c’è stato. L’Autorithy ha aggirato il suo risultato. Mi trovo d’accordo con il prof. Cuocolo quando scrive “che il problema di oggi sia come costruire una tariffa del servizio idrico che ne consenta la sostenibilità economica”.
    Poco tempo fa ho sentito un intervento pubblico del manager dell’Acquedotto Pugliese (Società pubblica). Spiegava che i costi coperti dalla remunerazione del capitale investito riguardavano: maggiori costi non efficientabili, maggiori costi legati al differenziale tra l’inflazione reale e quella programmata, svalutazione dei crediti, costo del capitale investito, costo del capitale necessario per finanziare la gestione, Irap imposta sul costo del personale e sul reddito, imposte sul reddito d’impresa (D.M. LL.PP. 1.8.96)
    Sebbene il referendum abbia modificato l’art. 154 del D.lgs 152/2006, secondo voi oggi questi costi sono scomparsi?

    • pino cosentino scrive:

      Gentile Giacomo, lei solleva due questioni: l’istituto del referendum, la sostenibilità economica del servizio idrico.

      Sul primo punto: i movimenti per l’acqua hanno raccolto e depositato in Cassazione 1.400.000 firme valide, perciò è presumibile che saremmo riusciti a raggiungere il 1.500.000 ipotizzato dal prof. Cuocolo, se ci fossimo prefissi questo obiettivo.
      Comunque l’idea (di Cuocolo) è sempre la stessa: scoraggiare la partecipazione diretta dei cittadini sui contenuti concreti, a favore della delega in bianco al ceto politico. Lascio a lei il giudizio su dove questo stia conducendo l’Italia e il mondo.

      Sul secondo punto. Lei cita un manager dell’Acquedotto Pugliese. Cosa dice costui? Afferma che la “remunerazione del capitale” abrogata dal referendum coprirebbe una serie di costi vivi, quindi l’eliminazione di questa voce sarebbe economicamente insostenibile.
      E’ una bugia. La tariffa (il totale delle bollette pagate dai cittadini utenti) è fatta in modo, per legge, da coprire interamente tutti i costi del servizio, sia i costi del normale funzionamento, sia i costi del capitale. La voce “remunerazione del capitale” è prevista espressamente come guadagno degli azionisti. L’anno scorso Mediterranea delle Acque ha distribuito agli azionisti 29.600.000 euro, su un fatturato complessivo (che comprende anche altre entrate, oltre quelle derivanti dalla gestione del servizio idrico genovese) di 146.348.135 euro. Sono dati che lei può trovare sul sito di Mediterranea delle Acque, allegato “Bilancio 2010”.
      Naturalmente le aziende che gestiscono il servizio possono trovarsi in difficoltà per motivi che non hanno nulla a che fare con il servizio stesso, ma con spericolate operazioni finanziarie o con loro inefficienze gestionali. Come le banche che sono fallite (e salvate a nostre spese).
      Le propongo questa semplice riflessione: se con le bollette si coprissero semplicemente i costi, che motivazione avrebbero i privati Perché sarebbero così desiderosi di entrare in questo business?
      Cordialmente

    • Rinaldo scrive:

      Giacomo,
      magari ti risponderà anche qualcuno più aggiornato di me, ma provo ad interloquire.
      Intanto teniamo distinti i due argomenti: da un lato c’è il problema della ripubblicizzazione del servizio idrico (e altri) e dall’altra l’inadeguatezza dell’istituto dei referendum, oggetto delle considerazioni del Prof. Cuocolo e di questo mio commento.
      Non voglio fare tante disquisizioni, ma ti voglio solo dire che è sotto gli occhi di tutti che i politici attuali sono ormai distaccati dai problemi delle persone, fanno leggi che premiano la finanza e l’imprenditoria allargando la differenza tra le classi sociali, usano i media per disinformare le persone ed anestetizzarle.
      Anche le riforme elettorali servono poco se, poi, la “casta” fa i suoi interessi.
      Tutti credevano che i referendum non funzionassero più, ed invece, a causa della evidente insensatezza delle norme che erano state fatte (questo referendum non aveva dietro nessun partito, ricordalo bene: il PD si è accodato all’ultimo e l’IDV aveva proposto un suo quesito in alternativa foriero di confusione) gli sono “esplosi tra le mani”.
      Ecco, quindi i tentativi di togliere quest’ultima possibilità che gli elettori avrebbero di pronunciarsi. Questo è solo l’ultimo dei tanti.
      Comunque, tornando al merito dei referendum: se hai bisogno di motivazioni per aumentare le tariffe, chiedilo alle aziende che gestiscono il servizio, te ne danno a quintali!

  • Giacomo scrive:

    Vi ringrazio per le risposte. Mi permetto di sottolineare che la mia riflessione personale è nata dopo aver sentito parlare un manager di una società interamente PUBBLICA; quindi una società che non si prefigge di fare utili a scopi PRIVATI. E mi pareva molto preoccupato dei risvolti per l’azienda pubblica per cui opera. Sapere che realtà pubbliche virtuose siano in difficoltà a seguito del Referendum mi fa pensare molto.
    Per quanto attiene alla presunta voglia di Cuocolo di scoraggiare la partecipazione diretta dei cittadini sui contenuti concreti, a favore della delega in bianco al ceto politico, mi sembra una lettura molto opinabile. Cordialmente

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