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In Amazzonia il nuovo codice forestale dimezza le aree protette, la società civile protesta

Per rendersi conto che quella sull’ambiente, dall’acqua alle riserve forestali, è una “guerra” che si sta combattendo da anni – con dietro interessi miliardari, voraci multinazionali e privati senza scrupoli – è sufficiente leggere le cronache recenti sulle uccisioni seriali di ambientalisti in Brasile. Solo nell’ultimo mese, ad esempio, ne sono stati ammazzati 5 in diverse zone dell’Amazzonia, tutti contadini che si proponevano di difendere dalla distruzione la flora e la fauna di quello che è considerato il polmone verde del pianeta. Insomma, dai tempi dell’uccisione di Chico Mendes, il sindacalista che lottava contro la distruzione della foresta e per la dignità dei suoi abitanti, il 22 dicembre del 1988, poco o nulla sembra essere cambiato in Brasile, al di là degli slogan e della “responsabilità sociale d’impresa” di cui sempre più spesso discettano le grandi aziende minerarie e petrolifere, sempre più forti nel paese del samba.
Non a caso, all’insegna del cosiddetto “capitalismo produttivo”, il disboscamento dell’Amazzonia e di altri polmoni “verde-oro” come il Cerrado e la Mata Atlantica, hanno ripreso ad aumentare a tassi di oltre il 130 per cento annui negli ultimi mesi. Normale dunque che le associazioni della società civile brasiliana siano scese letteralmente sul piede di guerra. Non solo per la scia di omicidi di ambientalisti in stati amazzonici tradizionalmente violenti come il Pará e la Rondonia, ma anche per l’approvazione alla camera di una riforma del codice forestale che sta facendo molto discutere. Significativo che a proporla sia stato uno dei leader del Partito comunista del Brasile (PCdB), quell’Aldo Rebelo che, si legge sul sito di WWF Brasil, «protegge solo gli interessi del latifondo e dell’agrobusiness».
Attualmente il testo è all’analisi del senato mentre la presidente Dilma Rousseff ha già fatto sapere che, qualora non venisse modificato, potrebbe rifiutarsi di firmarlo. Vedremo.
Di certo c’è che il rischio per l’ambiente insito nel nuovo codice forestale è enorme, dal momento che dimezzerebbe le aree protette sui margini dei fiumi, dispensando dalla cosiddetta “riserva legale” (ovvero il limite al disboscamento) le piccole e medie proprietà. Ma, soprattutto, la nuova legge prevede l’amnistia per chi sino ad oggi ha disboscato l’Amazzonia, de facto consolidando «l’illegalità » e promuovendo «l’impunità » a detta di Marina Silva, la candidata alla presidenza verde che negli anni settanta ed ottanta lottava al fianco di Chico Mendes.
Oltre alle foreste, il gigante sudamericano, possiede anche la più vasta rete di acqua dolce del pianeta, con un flusso di oltre 12,5 miliardi di litri al minuto solo nel Rio delle Amazzoni, il fiume più lungo e con la maggior portata idrica al mondo. La stima è che solo in Brasile ci siano oltre un decimo delle riserve terresti di acqua dolce e, per capire la posta in gioco, in questo caso, al di là delle cronache, può aiutare la lettura di Sete, un romanzo thriller edito da Mondadori con molti elementi reali, scritto da Alberto Riva, un giornalista free lance italiano che da anni vive a Rio.
Come per il legname, anche per l’acqua – che vuol dire pure dighe monumentali assai poco rispettose dell’ambiente – è l’Amazzonia la prima vittima di una “guerra” che, a detta degli esperti, è destinata a continuare anche nei prossimi decenni.
E non solo in Brasile.
In Cile, ad esempio, la battaglia degli ecologisti è contro la “Hidroaysén”, il piano di costruzione di 5 centrali idroelettriche in Patagonia approvato dal governo di centrodestra. Le proteste organizzate dal gruppo “Patagonia senza centrali” sono oramai all’ordine del giorno.
La “guerra”, qui, è appena agli inizi.

 

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/127831/la_guerra_verde_insanguina_il_brasile

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