ACQUA PUBBLICA GENOVA

DSCN3664

Oggi durante la replica genovese della nostra conferenza stampa tigullina sulla vittoria di Elisabetta abbiamo ricevuto gentile visita della responsabile delle pubbliche relazioni di IREN Acqua e Gas s.p.a., giunta da noi con l’intento di rilasciare dichiarazioni ai giornalisti che sarebbero dovuti venire alla nostra conferenza.

Dopo due anni in cui siamo abituati a sentirci opporre da gestori, amministratori pubblici e Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas le scuse più disparate per non riconoscere la nuova legislazione determinata dal popolo italiano con il referendum del 2011 crediamo ormai di poter prevedere in anticipo quali saranno le loro dichiarazioni e le loro prossime mosse per salvaguardare il profitto in bolletta. Per capirle occorre però prima di tutto riassumere le loro mosse passate.

Fino al decreto del 20 luglio 2011 con cui il Presidente della Repubblica recepì il referendum, già tardivo e giunto a più di un mese dalla consultazione, il gioco per ignorare il referendum fu naturalmente molto facile: semplicemente non esisteva alcun decreto di recepimento e quindi il profitto in bolletta poteva tranquillamente (e fino a quel punto legalmente) permanere e la privatizzazione dei servizi pubblici continuare. I movimenti per l’acqua si attivarono già a questo stadio sollecitando più volte il Presidente a tradurre in legge la volontà popolare, cosa che fu effettivamente fatta con il d.P.R. 116/2011 del 20 luglio 2011.

A questo punto era chiaro ai gestori che per ripararsi dagli effetti del referendum occorreva qualcosa di elaborato, come una motivazione pseudogiuridica con un nome altisonante come quello di Giulio Napolitano,  figlio del nostro Presidente, che il 24 giugno 2011 (a soli 11 giorni di distanza dal referendum!),  già rese un articolato parere legale ad ACEA (i cui costi sono presumibilmente finiti sulle bollette dei cittadini romani) su come evitare gli effetti del referendum. La motivazione addotta fu quella del “tempus regit actum”, ossia della necessità di preservare, persino di fronte alla nuova legslazione scaturita dalla volontà popolare, i precedenti atti amministrativi e rapporti contrattuali che garantivano il profitto del gestore. Un’argomentazione smontabile da qualsiasi studente di legge che abbia letto un minimo di codice civile ma che ciononostante ha fatto scuola tra i nostri sindaci ed è persino stata utilizzata, con scarsa fantasia, come argomento contro Elisabetta e smontata dalla stessa sentenza (“l’attuazione delle norme di legge non è un potere esercitabile in via, per così dire facoltativa ma un dovere in senso stretto del termine, in quanto gli atti di espressione della pubblica Amministrazione sono fonti di natura secondaria per cui essendo di grado inferiore mai possono modificare, non applicare o abrogare, seppure tacitamente, una fonte di rango superiore quale appunto il referendum abrogativo“) .

Mentre i comitati per l’acqua pubblica in tutta Italia (e anche noi nella nostra provincia) mandavano lettere e appelli ai sindaci e ai gestori nella vana speranza di veder riconosciuta la volontà popolare, il governo decretò la classica manovra di Ferragosto (legge 138 del 13 agosto 2011, ovviamente durante le ferie estive), che surrettiziamente restaurava la normativa abrogata dal primo quesito referendario, un tentativo sfacciatamente denominato “attuazione degli esiti referendari” e per fortuna sventato da una sentenza della corte costituzionale del 20 luglio 2012.

Ci si rese subito conto che i giochini pseudogiuridici e le manovre di Ferragosto sarebbero potute essere insufficienti di fronte a tanta insistenza dei comitati per l’acqua pubblica. Per il gioco delle tre carte con cui aggirare il referendum non bastavano gestore e assemblea dei sindaci: fu introdotta allora una terza carta, ossia l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas su cui scaricare ogni responsabilità per il mancato recepimento del referendum, un’autorità, per usare le parole della nostra sentenza chiavarese, “frutto della progressiva recessività del metodo della gestione diretta dei servizi e dell’intervento pubblico nella partita economica“. Mai definizione fu più azzeccata.

Nel frattempo sindaci e gestori mantenevano il profitto del vecchio metodo tariffario, sostenendo di attendere, come un Messia, l’intervento dell’Autorità per l’Energia; insieme a questa scusa continuavano ad opporci le argomentazioni più assurde, quali ad esempio la necessità di un’azione omogenea e coordinata di tutti i sindaci d’Italia (argomentazione oppostaci dal presidente dell’Associazione Nazionale Enti d’Ambito) o di preservare il profitto del gestore per garantirgli la stabilità economica (argomentazione che ci fu opposta da più di un sindaco nella conferenza dei sindaci del 18 ottobre 2011, per questo motivo più simile ad una riunione di consiglio di amministrazione di IREN che un’assemblea di amministratori che il gestore dovrebbero controllarlo e non subirlo). Anche su questo punto la sentenza della causa di Elisabetta ci ricorda che “nella logica imprenditoriale è una costante il rischio di impresa, non si comprende allora perché da tale rischio debbano essere esentate le società private che hanno liberamente scelto di gestire in regime privatistico beni di natura pubblica“.

Per l’occasione fu anche trovata un’altra argomentazione pseudogiuridica (anche questa ripresa, con scarsa fantasia, contro Elisabetta), quella dell’ultrattività dell’art.170 del D.Lgs152/2006 che prevederebbe il permanere del vecchio metodo tariffario includente il profitto in spregio alla volontà referendaria. Questa argomentazione è stata anch’essa smontata, in più occasioni, sia dal Consiglio di Stato (parere 267/2013) che nella sentenza di Elisabetta: considerata anche la vittoria dei comitati toscani al TAR (marzo 2013), c’è speranza che sia stata definitivamente abbandonata.

Quale sarà dunque adesso la prossima mossa del gestore e dei sindaci, ora che tutte le vecchie pseudoargomentazioni per non riconoscere il referendum sono state smontate dai fatti?

Per quanto riguarda il gestore è semplice: c’è da aspettarsi che continuerà a minacciare di distacco di fornitura (come fatto finora) chi non accetta di pagare la quota di remunerazione e, se chiamato in casusa, sosterrà che il nuovo metodo tariffario disposto dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, dai comitati denominato “taruffa”, cioè tariffa-truffa, prevederebbe già l’eliminazione del profitto e la restituzione, con la delibera 273/2013/R/idr, della quota di remunerazione indebitamente pagata dagli utenti (come se stessimo lottando per niente). Nulla di più falso poiché la stessa delibera dell’Autorità rivela l’intenzione di non restituire integralmente la somma (“le osservazioni dei movimenti referendari e di alcune associazioni di consumatori che richiedono la restituzione della remunerazione del capitale senza operare alcuna decurtazione, neppure a fronte di costi effettivamente sostenuti dal gestore e prima riconducibili a tale componente, non possono essere accolte, in quanto non tengono conto della normativa, comunitaria e nazionale, che impone da tempo il principio del full cost recovery“). E tra l’altro proprio su questo punto la giudice chiavarese si esprime chiaramente definendo “di natura incerta nei contenuti” e “privo di elementi oggettivamente e soggettivamente chiari” queste nuove deliberazioni dell’Autorità, il cui potere -ricorda- non può comunque “né derogare né contrastare tutti gli atti legislativi ordinari” (referendum compreso).

Ma i sindaci della provincia, a differenza del gestore, devono guardarsi anche contro un’altra minaccia. L’eventualità di dover rispondere personalmente delle responsabilità penali che implica la mancata osservanza, con dolo e colpa grave, di una norma legislativa quale il referendum. Ecco perché nell’assemblea (non pubblicizzata) del 29 aprile scorso hanno deciso di spendere 100.000 euro di fondi pubblici per consulenze legali e peritali sull’applicazione della “taruffa”. E’ dato leggere infatti, a pag. 5 dell’Allegato 3 alla decisione del 29 aprile (reperibile sul sito dell’ATO Genova http://www.ato.genova.it/delibere.asp)

Per l’anno 2013, ed in previsione anche per gli anni seguenti, appare necessario ricomprendere previsionalmente in tale voce anche i costi per consulenze legali e tecniche che risultano necessarie per l’adeguamento degli strumenti di pianificazione e delle convenzioni alla luce delle sostanziali modifiche apportate agli strumenti regolatori nazionali da parte dei provvedimenti emessi dall’AEEG.
Le nuove regole tariffarie, di unbundling, di controllo della qualità del servizio e quindi la conseguente revisione degli strumenti di pianificazione e delle modalità e procedure di monitoraggio e controllo degli adempimenti fanno presumere la necessità di ricorrere, almeno per le prime applicazioni, a professionalità non presenti attualmente all’interno della Segreteria Tecnica dell’ATO e comunque della Provincia. Una quantificazione di tale costo può essere stimate in euro 100.000.

Quindi, ricapitolando, mentre Elisabetta, cittadina singola, ha rischiato personalmente (mettendoci la faccia e il portafoglio) di dover rimborsare migliaia di euro di spese legali parte avversa in caso di sconfitta per recuperare poche decine di euro ed affermare una questione di principio, i nostri amministratori, non volendo rischiare la loro faccia, preventivano 100.000 euro di spese legali (CON I SOLDI NOSTRI!!!!) per addossare ogni responsabilità ai periti. Be’ noi la consulenza la possiamo invece dare gratis, sempre citando le parole della sentenza:

sono atti di formazione secondaria, rispetto alle leggi e agli atti aventi forza di legge (Tra cui si annovera anche il referendum abrogativo) tutti gli atti espressione del potere normativo della pubblica amministrazione (overno, Ministri, prefetti) o di altri enti pubblici (enti territoriali o non) e delle Autorità Indipendenti

Non c’è dunque Autorità per l’Energia che tenga. Il nuovo metodo tariffario dell’Autorità per l’Energia è illegale e il gioco delle tre carte è finito.

E’ ora di rispettare il referendum: fuori i soldi!

 

 

2 Comments for this entry

  • franco scrive:

    Beni e servizi pubblici devono essere gestiti DIRETTAMENTE dagli enti pubblici, mediante personale adeguato e assunto a tempo indeterminato. I privati, che hanno finalità di lucro come loro interesse prevalente, non dovrebbero mai essere posti in condizione di sostituirsi all’ente pubblico in questi servizi strategici per la salute e la sicurezza dei cittadini.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>