ACQUA PUBBLICA GENOVA

Luca Martinelli

Alcuni (falsi) miti legati all’idea di mercato che traspare dalla legge Ronchi

02-06-2011

A pochi giorni dal referendum del 12 e 13 giugno, l’invito a votare “sì” ai due quesiti relativi al servizio idrico integrato muove da alcuni (falsi) miti legati all’idea di mercato che traspare dalla legge Ronchi (l. 166/2009, oggetto del primo quesito).

Il “mito numero 1” è senz’altro che la “Ronchi” (che prende il nome dall’ex ministro delle Politiche comunitarie, Andrea) si completa la liberalizzazione del servizio idrico integrato. È falso: acquedotti, depurazione e fognature sono un “monopolio naturale”; affidarne la gestione a un privato, attraverso una gara, significa privatizzare un monopolio. Perché non esiste concorrenza in un mercato di questo tipo, ma solo concorrenza per il mercato, e gli ultimi quindici anni di storia italiana c’insegnano che questa, nell’ambito del servizio idrico integrato, difficilmente è reale (nella maggior parte delle occasioni, le gare si sono risolte con un unico partecipante; quello che si prepara è un risiko delle ex municipalizzate, volto a favorire pochi gruppi i cui nomi si contano sulle dita di una mano: Acea, Acegas-Aps, A2a, Hera, Iren).

Il “mito numero 2”: “Con questo provvedimento si porta a compimento la riforma dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, tra i quali rientra la raccolta dei rifiuti, il trasporto pubblico locale e la gestione delle risorse idriche” (http://www.governo.it/, corsivo nostro). Falso: l’articolo 15 della legge Ronchi (166/2009), oggetto del primo quesito referendario, non può essere considerato una riforma dei servizi pubblici locali. Disciplina, infatti, solo le modalità di affidamento della gestione del servizio, che “sarà soggetta a gara” e non potrà più essere effettuata in house, ovvero in via diretta.

Non affronta ad esempio, nel caso del servizio idrico integrato, i problemi che l’unica legge di riordino del settore, la “Galli” del 1994 (l. 36), ha evidenziato a 17 anni dalla sua approvazione.

“Mito numero 3”: la privatizzazione è un falso problema, perché sono “privati” solo 7 dei 114 soggetti affidatari (secondo dati del Comitato nazionale di vigilanza sulle risorse idriche).

Questo è falso per il diritto, che considera soggetti di diritto privato tutte le società per azioni, anche quelle interamente controllate dagli enti locali. E poi, dove sette gestori del servizio idrico integrato sono società quotate in Borsa (A2a, Acea, Acegas-Aps, Acque potabili, Acsm-Agam, Hera, Iren), com’è possibile parlare di pubblico? Senza contare le numerose società di diritto privato le cui azioni sono “miste”, pubblico-privato.

Il falso “mito numero 4” è che gli acquedotti “pubblici” siano dei colabrodi. È questo, anzi, uno specchietto per le allodole usato ad arte per spaventare i cittadini. Abbiamo ascoltato, nelle ultime settimane, il direttore di Federutility affermare che gli investimenti per ridurre le perdite non sono prioritari per i gestori (a Roma, in occasione di un convegno per parlare del finanziamento degli investimenti nel servizio idrico integrato, promosso dal Comitato promotore “2 sì per l’acqua bene comune”). Questo mito è comunque anche falso, perché secondo i dati di Civicum, elaborati dal centro studi di Mediobanca, il peggior acquedotto italiano, se guardiamo alla dispersione idrica (litri immessi in rete e non fatturati/abitanti/lunghezza della rete gestita), è quello di Roma, dove l’acquedotto è affidato ad Acea, una spa quotata in Borsa i cui principali azionisti sono, oltre al Comune di Roma, Francesco Gaetano Caltagirone e Suez.

Infine, il “mito numero 5”: con la liberalizzazione, e la concorrenza, la tariffa sarà più bassa. È falso: in assenza di interventi normativi, tutti gli investimenti sulla rete acquedottistica finiscono in tariffa (in virtù della legge Galli del 1994, come modificata dal Dl 152/2006). Ciò significa che a tariffe più basse corrisponderebbe necessariamente un blocco degli investimenti. Per questo, con il secondo quesito referendario, si mette in discussione il meccanismo di full cost recovery.

Siamo d’accordo con il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, quando (15 settembre 2010) afferma che “il calcolo della tariffa è poco trasparente”. Il ministro ha ragione: sono pochi i cittadini che sanno che con la loro bolletta coprono non solo il costo del servizio (legittimo!) ma anche gli investimenti (che pagano due volte) e garantiscono al gestore un tasso di remunerazione del capitale investito.

Ecco il http://notizie.radicali.it/articolo/2011-06-02/intervento/acqua-2-s-l-acqua-bene-comune

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